Black Mirror, tre episodi da non perdere in attesa della nuova stagione

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La notizia è di quelle che fanno il giro dei social network, diventando presto virali. Black Mirror avrà una nuova stagione composta da ben 12 episodi. Channel 4 non sembrava interessata a produrne di nuove, forse scoraggiata dagli ascolti non proprio entusiasmanti delle prime due stagioni. A farlo ci penserà Netflix, che ha chiesto al creatore della serie, Charlie Brooker, di scrivere altre inquietanti storie futuristiche.

In attesa di questo nuovo ciclo ho provato a selezionare, fra i 7 episodi andati in onda, la top 3 dei miei preferiti. Piccoli capolavori da non perdere.

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Doctor Who: Top Five Companions

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Il Dottore è tornato. Ai nastri di partenza stasera sulla BBC la nona stagione dell’era moderna di Doctor Who, accompagnata come sempre da una folta scia di anticipazioni e spoilers dell’ultima ora. Ormai ufficiale l’abbandono di Clara Oswald, così come è certo il ritorno della villain Missy, per una stagione che deve recuperare terreno dopo le inevitabili critiche agli ultimi deludenti episodi che hanno visto debuttare Peter Capaldi nei panni del Dottore.

E visto che un riepilogo in questi casi è quasi d’obbligo, mi sono divertito a stilare la classifica delle mie companions preferite. In attesa di scoprire nei commenti la vostra Wibbly Wobbly Timey Wimey top five.

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Per Dieci Minuti: su LaEffe un programma… semplicemente bello

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Che bella idea questo “Per Dieci Minuti”! Ispirato all’ultimo successo editoriale di Chiara Gamberale, il programma segue cinque persone comuni alle prese con un problema, un mostro da affrontare. Come la protagonista del romanzo, anche gli eroi di questo che è a tutti gli effetti uno show a metà fra il factual e il game, devono fare ogni giorno, per un mese, qualcosa di nuovo che occupi almeno dieci minuti del proprio tempo. Non si vince niente, e non si ha nulla da perdere.

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Grande Fratello. Un pubblico di affamati senza pane? Che mangino brioches!

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Niente di nuovo sul fronte del Grande Fratello. Il format è ormai materia prima maneggiata senza cura da gente che non ha più idee, o non ha più voglia di correre rischi. Un riposo di quasi due anni, la promessa di un ritorno alle origini; attese tradite da un esordio che appare tragicamente come una replica già vista (almeno dodici volte, numero pari a quello delle scorse edizioni del reality).

Si fa molta fatica a credere che non sia venuta in mente nemmeno un’idea per rinnovare una formula allo stremo delle proprie possibilità, e che tutto sia rimasto sorprendentemente uguale a se stesso. Eppure è proprio così. Fatta eccezione per lo studio che ospita una ripetitiva Marcuzzi, nuovo ma che di innovativo ha poco e niente, il GF13 potrebbe essere ricordato come l’edizione che aveva promesso e non mantenuto.

La noia di una prima puntata senza guizzi reali, priva di innovazione e colma di demenzialità è un sonoro fallimento autoriale che gli ascolti premiano con un più che buono 24,64% di share (5.440.000 telespettatori). Il pubblico è affamato, e non sa più scegliere. Se non hanno pane, che mangino brioches.

C’è Posta Per Te. Maria De Filippi e la rivelazione shock: “i gay esistono”!

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Se c’è una cosa che ho imparato guardando C’è Posta per te in tutti questi anni è che i gay non esistono. O quantomeno che i gay non litigano, non cercano parenti lontani, non si amano. O comunque che non usano la posta.

Ieri, però, Maria ha demolito questa mia certezza, colpendo ogni mia convinzione fino a farla crollare. I gay esistono. A volte sono orfani, pure. E si fidanzano, addirittura. Ho scoperto che bevono la tisana e che di notte, se sentono freddo, si scaldano a vicenda. Ho imparato che pagano l’affitto, adottano cagnolini che poi portano a spasso e litigano la sera su cosa cucinare. So che sembra impossibile, so che se ieri non avete visto C’è posta per te sarà difficile  credermi.

Eppure Maria li ha mostrati al mondo, questi gay. E non erano come quelli del Grande Fratello, no! Erano un’altra cosa. Niente stereotipi odiosi, niente piume, niente dita colorate e lucide. Questi qui di lucido avevano solo gli occhi, carichi di commozione. Solo due ragazzi, una tisana e Laura Pausini che urlava felice: “questo è amore VERO“! E allora sarà vero, se lo dice la Pausini, che questi gay esistono.

Era ora, che esistessero.

Amici dei disoccupati

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Volendo risultare a chi legge sia credibile che elegante, mi riesce difficile trovare le parole per evitare semplicemente di dire che Amici è diventato, negli anni, un programma brutto. Ci proverò spiegando che tutti gli espedienti messi in campo nelle ultime edizioni, in primis l’onnipresente “maglia nera”, sembrano voler coprire una carenza imbarazzante di talento negli alunni della scuola più longeva della tv. Colpa di criteri di selezione che fanno acqua da tutte le parti. Ma se la nave affonda non può essere a causa di un’unica falla.

Il problema più grande è che Amici nemmeno ci prova a sopperire alla mancanza di spettacolo e di, oserei dire, teatralità, elementi che fra il serio e il faceto hanno caratterizzato gli anni d’oro del talent. Cerca semplicemente di nasconderla. Sono lontani i tempi delle standing ovations tributate alla Amoroso, delle diatribe (inutili ma divertenti) su collo del piede e sul physique du role dei ballerini.

Oggi Amici è una copia odiosa e detestabile dei ricordi peggiori della scuola, quando i professori sembravano accanirsi sugli studenti senza alcun motivo e il tempo passato a studiare non bastava mai. Voti, divise, interrogazioni, bocciature hanno di fatto un tale peso specifico che di talent e di show non resta che un ricordo sbiadito. La scuola di Maria si uniforma così alla triste realtà in cui viviamo noi comuni mortali lontani dalle magie del piccolo schermo: laurearsi vincitori alla presenza del Magnifico Rettore De Filippi significa unirsi alla schiera già ben nutrita di disoccupati del nostro paese. Questo, se non altro, fa di Amici un programma terribilmente vero.

La tv non si legge: con Masterpiece il piccolo schermo mostra i suoi limiti (e il suo coraggio)

Masterpiece Raitre

Andato in onda ieri con la sua puntata d’esordio, Masterpiece è il talent show letterario di Raitre che promette di scovare il prossimo best seller italiano. Il programma, i cui protagonisti sono aspiranti scrittori con un romanzo nel cassetto, mette in palio un contratto con la casa editrice Bompiani per la pubblicazione del libro in centomila copie.
A guardare montaggio, fotografia e regia, l’ultima scommessa della terza rete Rai è tecnicamente quasi perfetta, ma trascura il motivo principale per cui ci si sintonizza su un talent-show che promette di parlare di libri, di scrittura. Certo è ardua l’impresa di costruire un programma su romanzi inediti, dunque sconosciuti al pubblico, e lo sforzo dello show non lavora nella direzione giusta, non rema a favore della comprensione dei telespettatori. Dopo pochi minuti vien da chiedersi dove siano questi romanzi, e perché nella maggior parte dei casi non venga dato nemmeno un accenno delle loro trame. Quello che colpisce è un compendio di storie personali, un enorme quadro vivido in cui si incontrano i ritratti di questi scrittori più o meno maledetti, con le loro esperienze di sopravvivenza metropolitana, talvolta ai limiti della norma. La caratura dei giudici dello show ci garantisce che a essere valutati siano i romanzi, non chi li ha scritti. Eppure è solo sugli scrittori che può essere puntato il faro dell’attenzione televisiva.
D’altra parte il piccolo schermo se ne infischia delle parole, non può far altro che fagocitare le immagini e digerirle in un processo veloce che Raitre mette in atto con una punta di snobismo, mai fastidioso e perfino godibile. La carta e l’inchiostro sono quasi escluse dalla natura stessa del mezzo, restano sul tavolo, passano fra le mani di Andrea De Carlo, Taye Selasi e Giancarlo De Cataldo come fossero un’esclusiva preziosa. Ci si aspetterebbe un piccolo estratto, una sintesi di quei libri; il voice over ben impostato, quasi drammatico, aiuta ma non arriva laddove potrebbe un testo, ad esempio, scritto in grafica. Forse sarebbe stato più ovvio affidare a Massimo Coppola il compito di farci conoscere i concorrenti, consegnando al trio di giurati l’onere e l’onore di concentrarsi esclusivamente sulle loro opere. Eppure nella seconda parte, quando i concorrenti si sfidano a colpi di racconti brevi e il processo intimo della scrittura viene palesato, Masterpiece ci prova a raccontarcele le parole, ma diventa quasi scolastico, forzato. Se il déjà vu di X Factor è essenziale per la declinazione del genere talent, quello di Amici, con i banchi e i professori severi, fa quasi spavento. Una concorrente chiosa così la sua disfatta di fronte ad una stroncatura impietosa della giuria: “per me scrivere è come fare la pipì, devo farlo da sola”. Ma in televisione non c’è spazio per l’urgenza, tanto meno per i compiti svolti a casa. La telecamera deve vedere.
Masterpiece dimostra che un genere come quello del talent può essere declinato anche in una chiave capace di aprire le porte degli spettatori più sostenuti e scettici, ma fa fatica a tener conto dei limiti stessi del mezzo.  In ogni caso lode al rischio: nei palinsesti ci sono ancora spazi vacanti che devono essere colmati con il coraggio. E quello c’era.

#Amici13. I cantanti della nuova classe scovati su Youtube

Gloria Atzeni Amici

Glora Atzeni, fra le cantanti di Amici 13

La classe della nuova edizione di Amici di Maria De Filippi è già al completo, annunciata pochi minuti fa su Facebook dalla pagina ufficiale del programma. Se guardando le foto (clicca qui per la classe al completo) non è possibile farsi un’idea del talento dei nuovi allievi della scuola più spiata del piccolo schermo, cercando su youtube si possono rintracciare le testimonianze, più o meno amatoriali, di alcuni fra i nuovi cantanti pronti ad indossare la divisa del talent Mediaset. Dalla sagra dei carciofo ai festival di tutta italia passando per le registrazioni di cover nella propria cameretta, i video offrono l’occasione di un primo ascolto di quelle che potrebbero diventare le nuovi voci della musica italiana. In attesa della prima puntata di Amici, in onda sabato 23 Novembre su Canale5.

Cesare Cernigliaro

Miriam Masala

Gloria Atzeni

Nick Casciaro

Sara Mattei

Deborah Iurato

Giacomo Paci

Scandal: ode a Mellie Grant e Cyrus Beene

Scandal

Gli ultimi episodi di Scandal, a partire dal quinto di questa terza stagione, hanno tracciato una vera e propria linea di demarcazione per la serie, fra le più seguite negli Stati Uniti. La trama si è infittita, e le diverse storylines messe in campo dagli autori sono vincenti almeno quanto quelle che Shonda Rhimes pensò per le prime cinque stagioni di Grey’s Anatomy. Così, mentre Meredith e compagni arrancano in uno show che potrebbe avere ancora molto da dire ma prosegue con il freno tirato (calo “fisiologico” a parte), Olivia e gli altri alla Casa Bianca appagano la sete di tutti i maniaci seriali del globo. Ma la forza di Scandal non risiede soltanto nei suoi intrighi. Sono le pedine di questi delicati schemi di potere la vera e propria punta di diamante di una riuscitissima operazione di sceneggiatura televisiva. Mellie Grant e Cyrus Beene ne sono un esempio lampante. La seguente è un’ode alla loro cattiveria, alla frustrazione e all’arrivismo che li muove. Perché dimostra che un buon personaggio nasconde sempre molto di più di quello che mostra. E motiva le sue azioni pagina dopo pagina. Scena dopo scena.
Mellie, infatti, è una donna coraggio nell’accezione più malata del termine, ma una tale deformità d’animo ha le sue intricatissime fondamenta. La abbiamo vista sacrificare tutto per suo marito. La sua integrità, la sua vita, il suo lavoro. E adesso lotta per l’unica cosa che le è rimasta, l’unica che le hanno concesso di coltivare nel suo orticello di donna che non deve emanciparsi, e che deve attenersi strettamente ad un ruolo stereotipo e maschilista: il potere. Non può fare altro, perché le hanno tolto ogni altra cosa in cui credeva. Hanno deformato con violenza le sue intenzioni, estirpando quelle migliori, di donna innamorata ma decisa a non rimanere all’ombra di un uomo così potente come il Presidente degli Stati Uniti d’America. Il suo personaggio è una riflessione meravigliosa sul ruolo della donna nelle sale del potere, si fa emblema della rappresentazione di una femminilità estrema, sensuale, mai eccessiva. Eppure possiede un tratto crudele, un lato oscuro spietatamente raffinato. Mellie Grant non è sempre stata la First Lady che deve apparire come moglie e madre perfetta. E di certo non è mai stata una stereotipata Bree Van de Kamp. Chi ha scritto del suo passato ha voluto mettere gli spettatori di fronte ad una donna il cui animo è stato violentato in nome della corsa alla Casa Bianca, che ha fatto (e sopportato) di tutto per amore. Ed è come se Scandal ci stesse conducendo pian piano verso la consapevolezza che sia arrivato il momento per Mellie Grant di riscuotere quello che desidera, perfino il rispetto di un marito che non la ama più. D’altra parte, per come è stata disegnata, non ha scelta: potrebbe divorziare, è vero. Ma questo significherebbe affondare politicamente il Presidente. E lei non può farlo.
Sembra che la Rhimes abbia dichiarato che Cyrus Beene sia uno dei personaggi più interessanti che abbia mai scritto, e che l’idea della sua evoluzione le sia venuta d’improvviso una mattina, quando svegliandosi ha detto a se stessa: “Cyrus è gay, ha un marito e per lui tutto gira intorno al fatto che non potrà mai essere presidente“. È innegabile che alla base della strenua lotta di Cyrus per la difesa del Presidente Grant ci sia un fortissimo sentimento di frustrazione. Mister Beene non fa il lavoro che avrebbe voluto fare. È relegato ad un ruolo che somiglia lontanamente a quello che avrebbe voluto ricoprire. Come molti ha coltivato un sogno che non è mai riuscito a realizzare, ma a differenza di tanti comuni mortali ha sognato così in grande che la bolla delle aspettative gli è scoppiata in viso con una violenza aberrante: le macchie provocate sono quelle che gli hanno intriso lo sguardo di un arrivismo aspro e sconfinato. Non si può far finta di niente e compatirlo, certamente Cyrus è crudele. Più di quanto ci si potesse aspettare. Ma di fronte a una tale abnorme deviazione d’animo bisogna ammettere che la complessità di cui è investito colma una lacuna nel mondo della lunga serialitá: finalmente lo spettatore è alle prese con un omosessuale totalmente scevro di attitudini o tratti stereotipati, che non nasconde la propria identità pur detestandola, perché da lui stesso ritenuta in parte responsabile del freno alla sua carriera.
Per certi aspetti Mellie Grant e Cyrus Beene sono molto simili. Lottano entrambi per l’unica cosa che è rimasta loro. Si tengono stretta quella poltrona guadagnata con l’inganno, nonostante Scandal ci abbia insegnato che non è solo velluto il materiale su cui poggiano le terga dei potenti. È dinamite la cui miccia può far saltare tutti in aria in pochi istanti. In un gioco di equilibri così perverso che lo spettatore ne è vittima almeno quanto i personaggi. E che magistralmente riesce ad occultare la chiave di lettura che permetterebbe di vedere chiaramente il confine fra bene e male, fra buoni e cattivi. Fra innamorati e opportunisti.