In finale al Fringe Festival 2014 il racconto emozionante de Il Fulmine nella terra – Irpinia 1980

Il Fulmine nella terra Orazio Cerino

Così come il presente è scandito dalle lancette dell’orologio, il passato non può che essere suddiviso in ricordi, sensazioni, colori, suoni e visioni. Che progetti facevate e chi vi era accanto quando è crollato il muro di Berlino? Dove eravate quando sono state abbattute le Torri Gemelle di New York? E che cosa stavate guardando in tv quando un’edizione straordinaria del telegiornale vi ha annunciato la morte di Osama Bin Laden?

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“Madama Bovary”: funambolica interpretazione di Lorena Senestro all’Argot Studio di Roma

Lorena Senestro - Madama Bovary

Madama Bovary
Rassegna Drammaturgia Contemporanea Teatro Argot Studio di Roma – clicca qui per il programma
Una produzione Teatro della Caduta
Scritto e interpretato da Lorena Senestro
Liberamente ispirato a “Madame Bovary” di Gustave Flaubert
E con bratti tratti da poesie di Guide Gozzano
Regia Massimo Betti Merlin e Marco Bianchini
Musiche originali di Eric Maestri
Costumi di Stefania Berrino
Con il sostegno della Regione Piemonte e della Fondazione CRT

“Madama Bovary”. Non “Madame”. Perché la Emma scritta e interpretata da Lorena Senestro affonda le sue radici nella biografia della stessa autrice di questo adattamento dall’interpretazione funambolica. La pianura padana fa da scenario a una vita che nel romanzo di Gustave Flaubert trova l’ispirazione per essere narrata in un monologo disperato e inquieto, che poggia saldamente sull’arte popolare del racconto e della poesia. Certo si fa fatica a capirla questa Madama che parla piemontese, stravolge le intenzioni del romanziere naturalista e cita Vasco Rossi; fa riflettere la necessità, sempre più frequente, di rivolgersi ai classici della letteratura per narrare, riscrivere e rileggere.
Vien da pensare che sia facile, rassicurante, rivolgersi ai tesori del passato e usarli come ancore di salvezza, prendere in prestito le loro parole per accostarle alle nostre, quasi tendendo al desiderio che l’immortalità di quei classici si trasferisca automaticamente in ogni rielaborazione di cui siano oggetto.
Eppure, nel caso della “Madama Bovary” in scena ieri al teatro Argot di Roma, ogni dubbio viene fugato dal talento della Senestro, interprete acrobatica, capace di equilibrismi della parola e del suono, in grado di giocare con il proprio corpo con consapevolezza e maestria. La sua concentrazione riempie il palco, rendendo impossibile andare altrove con gli occhi, che si muovono cercando di seguire ogni dettaglio, bramosi di non perdere nulla di quella che è a tutti gli effetti una performance di rara intensità. È palpabile l’amore che quest’ottima attrice ha per il teatro, ed è raro il modo in cui sa manifestarlo al suo pubblico, trascinato da un vortice tutt’altro che rassicurante, che però smuove e non può lasciare indifferenti.

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Con “Dignità autonome di prostituzione” il teatro si veste di vizio e crea dipendenza

Dignità Autonome di Prostituzione

“Dignità Autonome di Prostituzione” non è uno spettacolo teatrale, è piuttosto un’esperienza, un’originalissima celebrazione del teatro in cui lo spazio teatrale stesso viene fatto a pezzi per sviscerarne l’essenza, in una provocazione che è insieme impegno sociale e performance. L’idea di convertire il teatro in una casa di piacere è tanto semplice quanto rivoluzionaria. L’attore si prostituisce per vendere, e giammai svendere, la propria “pillola di piacere”, lo spettatore tratta il prezzo e poi gode del monologo per il quale ha appena pagato.
Siamo oltre la post-drammaturgia, in “Dignità autonome di prostituzione” non soltanto è abolita la divisione fra palco e platea, ma l’intera struttura adibita allo spettacolo diviene viva e pronta ad accogliere la recitazione. Non esistono poltrone, non esiste distanza fra chi vende il piacere e chi ne usufruisce, il pubblico viene accolto nei camerini, sul palco, dietro il sipario, e lo spazio della performance si estende anche in strada, qualora l’attore-prostituto scelto lo richieda. È per lo spettatore un’occasione unica, quella di poter sentire la recitazione, sfiorarne l’essenza, le lacrime, il sudore, gli sguardi. Trasformare un teatro in una casa chiusa e vestirlo di vizio non ne scalfisce la sacralità, anzi suggerisce un’idea di destrutturazione e contaminazione che dagli anni Sessanta risulta essere vincente e saggiamente provocatoria. La reciproca, e qui ampiamente dichiarata, necessità che sussiste fra attori e pubblico, si palesa senza mezzi termini nella dimensione della prostituzione dell’artista, che non ne svilisce lo stato dell’arte, anzi lo eleva ad una maggiore e inedita dignità popolare, spudorata e proprio per questo scioccante. Il regista Luciano Melchionna, che con Elisabetta Cianchini firma anche il format dello spettacolo, sembra aver trovato il modo migliore, allo stesso tempo decadente e festoso, per ricordare quanto sia importante celebrare il teatro in una società che potrebbe dimenticarlo del tutto, rischiando di annichilirsi.
È il caso a regolare la vita del bordello dell’arte; l’ampia varietà di testi si sposa con le scelte autonome dello spettatore dando vita ad uno spettacolo unico, che proprio in virtù della sua irripetibilità invita a numerose altre visioni. Le puttane dell’arte magistralmente ammaliano, commuovono, fanno ridere e creano un’inaspettata (sanissima) dipendenza.

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“PEASEBLOSSOM” FA SOGNARE IL TEATRO BELLI DI ROMA

Trend Teatro Belli

Chiunque si sia appisolato a teatro o durante un concerto, scriveva Ennio Flaiano, sa bene che “è nel passaggio dalla veglia al sonno che la rappresentazione o la melodia o il dialogo si liberano da ogni scoria, diventano liquidi, celestiali”: è in quel preciso momento che si ha “lo spettatore perfetto”. E perfetti, perché prigionieri felici di un vero e proprio sogno ad occhi aperti, erano anche gli spettatori di “I, Peaseblossom” – Fiordipisello, atto unico di Tim Crouch con la regia di Fabrizio Arcuri in scena al teatro Belli di Roma nell’ambito della rassegna Trend curata da Rodolfo di Giammarco.
Gli occhi innocenti e fanciulleschi dello straordinario protagonista Matteo Angius introducono il pubblico ad un teatro che ha abolito l’ordinaria divisione fra palcoscenico e platea per trasformarsi in uno spazio che ingloba, abbraccia e diviene terreno di gioco. L’interazione fra Fior di Pisello e gli spettatori non è fine a se stessa ma funzionale alla narrazione; “Il sogno di una notte di mezza estate” cessa di esistere in quanto commedia di Shakespeare e si concretizza in un monologo che è anche esercizio di stile, uno studio sul testo. Gli spettatori sono chiamati ad un ruolo attivo, vestendo i panni dei personaggi per aiutare lo sguardo confuso del bravissimo attore a chiarire la visione delle cose del drammaturgo inglese. Shakespeare viene letteralmente fatto a pezzi, vivisezionato e vissuto come un coinvolgente gioco delle parti, e il suo testo è al servizio di una messa in scena che non prescinde dalla parola scritta ma che ad essa si ancora saldamente per divenire altro, nella convinzione che questa possa essere finalmente il fertilizzante della comprensione umana.
Lo spettacolo diverte e coinvolge nella sua dinamicità, piace allo spettatore che desidera riflettere sul grande (e troppo spesso banalizzato) tema dell’amore e a quella parte di pubblico che vuole vivere il teatro con la spensieratezza di un’età perduta e nostalgica. Tim Crouch costruisce un testo che è oltre la post-drammaturgia, si avvicina alla performance e riesce ad essere godibile oltre ogni intento.

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MERCUZIO È VIVO E RESISTE NELLA FORTEZZA DEL TEATRO

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È finita l’era della drammaturgia classica, la drammaturgia del testo, fedele a se stessa, che attira il pubblico con la forza di un titolo o con l’eco prepotente del nome di autori che sono garanzia di successo. Benvenuti nella post-drammaturgia, il mondo in cui lo spettacolo si libera dalla zavorra del testo, come a togliersi un cappotto pesante dopo un lungo inverno, come a voler dire allo spettatore che le parole sono importanti ma che al pari di esse si pongono il ritmo, lo stupore, la contaminazione, l’esperienza tangibile dell’arte. “Mercuzio non vuole morire” è tutto questo, è un’enorme festa fatta di segmenti intercambiabili, di danza, di musica, di colori e delle arti tutte, in cui l’attore scende in platea varcando l’ideale linea di demarcazione che lo separa dallo spettatore e il pubblico raggiunge finalmente le tavole del palcoscenico, accolto in una comunità che non è più soltanto da guardare dall’esterno, ma da toccare finalmente con mano. Il filo dello spettacolo è un palpito di picchi d’emozione, è un elettrocardiogramma che non sa adagiarsi mai: tutto è regolato da una partitura musicale che lega la successione degli eventi, che agisce sullo sfondo per legare tutte le diverse fasi di una grande esperienza conferendogli un senso, un messaggio. Il testo di Shakespeare non è più una guida ma un terreno fertile su cui far fiorire i propri pensieri e le proprie ispirazioni. Sulle spalle di un tale gigante si può guardare più lontano, far afferire nel teatro la più dichiarata contaminazione in funzione di uno scopo altissimo, quello di celebrare la cultura e le sue meravigliose implicazioni.

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Art and Soul Otis Redding Casa del Jazz

ART AND SOUL, ALLA CASA DEL JAZZ DI ROMA LE NOTE FANNO (SOLO) DA CONTORNO ALLE PAROLE

Art and Soul Otis Redding Casa del Jazz

Il giovedì la Casa del Jazz di Roma si veste di Art and Soul, una serie di appuntamenti per raccontare la musica curati da Alberto Castelli, che si fa voce guida di un percorso in cui biografia e discografia di musicisti indimenticabili si mescolano e si palesano al pubblico allo scopo di ricordare, divulgare e godere di preziose eredità artistiche. È il caso di “Mr. Big O – Il soul di Otis Redding”, appuntamento dedicato ad uno fra i più grandi cantanti soul di tutti i tempi, andato in scena giovedì 21 febbraio grazie alla collaborazione di Castelli con un trio d’eccezione: Luca Sapio (voce), Valerio Guaraldi (chitarra) e il giovanissimo Mr. DMC (soul selecter). Dall’infanzia a Macon, in Georgia, alle sofferenze di una vita vissuta ai tempi dell’apartheid, passando per le influenze gospel e la dura gavetta, la vita di Otis Redding è stata raccontata sapientemente, e in modo apertamente poetico, grazie al talento di Alberto Castelli, che alle parole mescola l’amore per la musica e una spiccata impronta di scrittura radiofonica.
Ma in un contesto di omaggio ad un mostro sacro della musica va tenuto conto del fatto che la musica sia essa stessa racconto; non può esser dimenticato che il miglior modo per narrare la storia di chi ha stregato il mondo con voce, testi e melodie divenute a dir poco epiche, sia affidare quel racconto alla sua stessa produzione. I picchi di emozione della serata, infatti, sono tutti concentrati in quei pochi momenti in cui la chitarra del bravissimo Guaraldi accompagna la voce potente e graffiante di Sapio, un talento tanto grande da arrivare direttamente al pubblico con potenza e coinvolgente emotività. La scelta di costringere musicisti di una tale caratura in un format che dimentica parte dei pezzi più belli di Otis Redding (relegati a mere citazioni), dando spazio soltanto a tre tra le numerose canzoni indimenticabili, lascia lo spettatore interdetto e deluso. Gli animi in sala scalpitano in modo palpabile per poter aver accesso all’ascolto della voce di Sapio, si aspettano di assistere ad un racconto musicale e vengono lasciati con l’amaro in bocca da una portata principale, fatta sì di belle parole, ma che lascia alle note il ruolo marginale di contorno.

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