NEMMENO LA MORTE – RITRATTO DI UNA VITA CHE PUO’ CAPITARE

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Capita che tu nasca goffa ed impacciata, il seno cadente e troppo ingombrante, i capelli opachi che somigliano al pelo di un topo grigio di fogna, il naso adunco sul quale poggiano gli occhiali da classica sfigata. Capita che tuo padre sia un architetto fallito, impiegato nella pubblica amministrazione, e che tua madre sia morta l’anno prima, investita da un pirata della strada. Capita anche che quel pirata non sia mai stato preso e che tu viva col terribile dubbio che tuo padre sia in qualche modo implicato nell’omicidio di sua moglie. Capita che tu sia nata negli Stati Uniti, che tu sia all’ultimo anno di Liceo e che per i tuoi compagni di scuola l’apparire sia l’unica filosofia di vita possibile. Capita spesso che le cheerleaders e i ragazzi più popolari della scuola ti guardino come si guarda un escremento che emana il peggiore dei fetori e che per loro incontrarti nei corridoi sia una disgrazia paragonabile al trovarsi sulla strada percorsa dall’uragano Katrina. Capita dunque che tu sia un esemplare vivente di stereotipo da serial tv anni novanta.

Allora decidi di farla finita, perché sai che nessuno ti verrà a salvare, che non ti chiami Betty e dunque non diventerai bellissima nell’ultimo episodio della stagione finale del telefilm. Sai che non troverai un ragazzo disposto ad assecondare la tua teoria secondo la quale ad un involucro orrendo corrisponde una particolare attenzione per la bellezza interiore, per la cultura, una completezza che non ha eguali. Sai che non farai carriera perché non ci sarà nessuno disposto a regalarti quel sogno che hai fin da bambina. Sai che avrai bisogno di molta fortuna, e sai anche che non sei mai stata fortunata. Sai che non potrai contare sull’aiuto dell’unico genitore che ti è rimasto, perché è un povero depresso che i colleghi ignorano, perché non ha mai fatto carriera e vive la sua inutile vita senza un motivo apparente per farlo.
E così ti fermi nei bagni della scuola, ti guardi allo specchio e tiri fuori il temperino dalla borsa. Vuoi tagliarti le vene lì perché desideri che chiunque entri rimanga traumatizzato dalla vista del tuo corpo senza vita, vuoi che viva per sempre con quel ricordo, vuoi che la tua morte sia leggenda, al pari della tua bruttezza. Vuoi e lo fai.

Capita che una ragazza non troppo avvenente, fasciata in un abitino bianco troppo stretto per quel corpo ingombrante, ti trovi prima che la quantità necessaria di sangue sia fuoriuscita da quei tagli profondi. Capita che in ospedale tu passi tutto il tempo fissando il soffitto, restando muta anche alle visite con la psicologa. Capita che ti costringano ad andare in analisi e capita che tu non abbia voglia di parlare. Mai. Capita che tu sia rimasta troppo delusa da te stessa, perché non hai saputo nemmeno morire. Capita che l’analista parli ma le tue orecchie non percepiscano altro che un fischio, continuo ed ipnotico, un sibilo acuto e fastidioso con il quale vuoi imparare a convivere, perché sopravvivere a quel rumore è meglio che stare ad ascoltare la vita che ti scivola addosso.

Allora smetti di andare a scuola, qualcuno dice a qualcun altro che sei diventata pazza, le voci corrono e la gente tutta pensa che tu sia pazza, e tu ci credi. Non mangi, dimagrisci ma il tuo seno cadente è sempre lì, orrendo e molliccio. C’è tuo padre accanto a te, giorno e notte. Ha smesso di lavorare, vive della carità di chi gli sta accanto, di chi ti pensa pazza e cerca di alleviargli il dolore di avere una figlia del genere. Ha smesso anche di credere che ricomincerai a parlare, che potrai di nuovo studiare, fare il broncio, piangere come facevi una volta. Ha smesso di crederci quel giorno che pur di suscitare una tua reazione ti ha urlato che lo sta ancora pagando a rate l’omicidio di tua madre, che la odiava più di ogni altra cosa, odiava i suoi tradimenti, l’odore dei suoi vestiti quando ritornava a casa dopo aver fatto sesso con quell’altro uomo. Sei rimasta zitta, a guardare il muro, il sibilo acuto e fastidioso non aveva coperto le parole di quell’assassino, ma tu continuavi a cullarti nell’illusione di non poter sentire altro che quel rumore estenuante, continuo.

Capita un giorno che la tv sia accesa su uno di quei programmi amarcord in cui nuove leve della musica pop si mettono a reinterpretare, e in molti casi rovinare, canzoni storiche e nazional-popolari. Capita che stiano cantando una vecchia canzone di cui non conosci il titolo, ma è proprio quella che canticchiava sempre tua madre mentre ti rifaceva il letto subito dopo che ti eri alzata per andare a fare colazione. Capita che le tue orecchie cessino di fischiare, e che le tue gambe si impuntino con forza sul pavimento. Capita che tu ti metta all’improvviso a camminare.

E cominci ad uscire tutte le sere, fai passeggiate brevi e senza meta. Non saluti nessuno, mentre cammini gli occhi sono fissi a terra, nelle orecchie quella vecchia canzone che non ha titolo, non ha inizio e non ha fine. Esci sempre prima che tuo padre cominci a preparare la cena, stai fuori un’ora e ritorni quando in cucina non c’è che l’odore di quello che ha mangiato, i piatti sporchi nel lavello, la tv accesa su qualche documentario che nessuno sta guardando. Non fai altro che sederti nella stessa posizione in cui eri seduta prima di alzarti e restare lì, a fissare il muro, perché non c’è altro da fare. Ti senti forte del fatto che quel fischio sia scomparso, forte della spinta che pervade le tue gambe ogni volta che ti alzi per camminare, forte nonostante gli sguardi di chi ti osserva con quella curiosità morbosa mista a pietà, forte del fatto che il tuo volto non incroci mai quello di chi ti sta fissando, forte del tuo straordinario potere di sentire i loro occhi sulla tua pelle, di sapere che stanno guardando proprio te.

Capita che una sera di pioggia tu stia lì a camminare nonostante ti sia già completamente bagnata dopo soli pochi metri di strada. Capita che un’auto accosti a fari spenti, che un uomo ti trascini sul sedile posteriore e ti tenga la mano sulla bocca per paura che tu possa cominciare ad urlare. Capita che tu non abbia intenzione di emettere nemmeno un piccolo lamento, che i tuoi occhi se ne stiano chiusi mentre i tre uomini in macchina ridono, le loro urla a tratti coperte dalla musica dell’autoradio. Capita che ti violentino quella sera, nel silenzio di un capannone in disuso, che abusino di te a turno, felici del tuo silenzio. Capita che il dolore irrighi ogni cellula del tuo corpo e che tu te ne stia lì zitta, le lacrime che finalmente scendono, lo sguardo vuoto e assente.

Sei tornata a casa dopo questo secondo ricovero. Non hai mai più aperto bocca, mai più parlato. Sei sempre goffa ed impacciata, hai sempre il seno cadente e troppo ingombrante, i capelli opachi che somigliano al pelo di un topo grigio di fogna. Vivi sempre con l’assassino di tua madre, e te ne stai ancora seduta a guardare la carta da parati della tua camera da letto. Nelle tue orecchie c’è di nuovo quel ronzio, anche se di notte, prima di chiudere gli occhi per dormire, ti sembra di sentire quella canzone che non ha un titolo, non ha inizio e non ha fine. Nei tuoi incubi di ogni notte ci sono gli uomini che avrebbero potuto ucciderti con quella notte di violenza, se in te ci fosse stata ancora della vita da togliere. La televisione è ancora accesa sui documentari che nessuno guarda, tuo padre mangia sempre da solo ma ha ripreso a lavorare da quando ha cominciato ad odiarti. Ogni sera, dopo cena, quando in casa non si sente altro che l’odore del cibo che ha appena mangiato, ti chiedi perché non ti abbia ancora uccisa, come ha fatto con tua madre. Sai ancora che nessuno ti verrà a salvare, che non ti chiami Betty e dunque non diventerai bellissima nell’ultimo episodio della stagione finale del telefilm. Ogni mattina, dopo aver rivissuto in sogno l’agonia di quelle violenze, ripercorri con la mente la tua vita. E ti rivedi bambina, gli occhi pieni di speranza, in braccio ad una madre che stai perdendo. Ti rivedi dubitare per la prima volta che tuo padre sia un assassino, ti rivedi allo specchio nei bagni della scuola mentre ti tagli le vene.

Ma hai smesso di pensare al suicidio, sai che esistono vite che capitano essere peggiori di altre. Sai che esistono vite più fortunate, più avventurose, più inutili di altre. E sai che esistono vite come la tua, quelle vite insulse e inutili, che non vale la pena di vivere, che esistono perché il destino è cinico e beffardo, quelle vite di cui si scrive in racconti strani e deprimenti.
Quelle vita, insomma, che nemmeno la morte può pensare di salvare.

MARGHERITA

Margherita - Illustrazione di Clelia Bove

Margherita – Illustrazione di Clelia Bove

Margherita era molto fiera del suo disegno sull’estate. Aveva tratteggiato con cura il profilo di una donna che si godeva i raggi di un sole ormai al tramonto. Aveva esagerato con l’arancione, ma la cosa non la disturbava. E c’era qualche macchia, forse troppe per una perfezionista come lei, ma era sicura che sarebbe stato un successo. La maestra fece ritirare i disegni al capoclasse, e cominciò a guardarli senza particolare attenzione, il paesaggio estivo di Margherita la fece esitare. “Lo hai fatto veramente tu”? In breve la piccola studentessa di terza elementare fu costretta ad alzarsi. “Rifallo alla lavagna”.

Margherita disegnò un pene grandissimo. E fissò la maestra con enorme disprezzo.

ANNA, UNA STORIA CON LE SCARPE

Si guardò allo specchio Anna quella mattina. Mentre passava la mano destra su un fianco e quella sinistra sul seno, si trovò bellissima. Qualcuno avrebbe definito il suo corpo “morbido”, qualcun altro “burroso”, lei si vedeva semplicemente come la più bella fra le donne. Portava le spalle in avanti di tanto in tanto, come a proteggere il volto, per poi assumere un’aria imbronciata prima di sorridere. Posava per una macchina fotografica che non c’era, ma che le piaceva immaginare. Osservò con orgoglio il suo corpo profilato dalle prime luci dell’alba e quel pensiero improvviso le salì nuovamente dalle viscere alla mente. Si disse che mai e poi mai avrebbe dato a sua madre la soddisfazione di vederla morta, perché la odiava di un odio puro e semplice, come l’acqua che scorre quieta nel fiume, e quello sguardo impietoso non avrebbe avuto la gioia di posarsi sul suo corpo senza vita.

Aveva scoperto pochi giorni prima che il cancro stava già cominciando a morderle le ossa, ma i suoi occhi non piansero lacrime, c’era la lucida follia della gioventù in quelle pupille scintillanti. Rideva con fare beffardo mentre affondava le dita nei fianchi, posando come la più consumata fra le modelle. Tutta nuda e protesa alla vita si sentiva potente, meravigliosamente inconsapevole del dolore che avrebbe provato quando si sarebbe trovata a dare l’addio alla vita.

Staccare gli occhi da quella pelle appena abbronzata le sembrava un pensiero troppo azzardato. Se avesse spostato lo sguardo al di là della sua pancia, delle sue braccia, delle sue dita smaltate di rosso, avrebbe visto quella stanza che non le apparteneva più. Avrebbe dovuto fare i conti con quel letto che nella sua infanzia era stato un palcoscenico, sul quale la piccola Anna stava in piedi con fare malizioso, fingendo di essere l’ultima grande diva del grande schermo. O si sarebbe trovata di fronte a quella carrellata di bambole, che lei non aveva mai desiderato, e avrebbe ricordato tutti i finti concorsi di bellezza organizzati, in cui però ogni bambola finiva inesorabilmente eliminata da un’impietosa giuria inesistente, e nei quali il verdetto finale era sempre lo stesso. Lei non perdeva mai, non se lo poteva permettere, e a quindici anni, quando decise che di quella stanza ne aveva abbastanza, promise a se stessa che non avrebbe più perso, al gioco come nella vita.

Erano appena le sei, guardò fuori dalla finestra. Il cielo era terso e carico di tensione. C’erano giorni in cui per Anna era chiaro che sarebbe accaduto qualcosa di importante, uno di quei giorni in cui tutto, anche l’aria che respiri, ti suggerisce che sei ad una svolta.

Ci mise pochi minuti per scegliere quali scarpe indossare. Erano la sua più grande passione, ne aveva di tutti i tipi. Era abbastanza alta da poter indossare scarpe basse, ma non così tanto da dover evitare i tacchi più vertiginosi. Capì subito che per fare quello che aveva in mente doveva indossare delle scarpe decise e sfrontate, che le conferissero autorità. Cominciò a tirar fuori quella parte di collezione che aveva messo in valigia e si rese conto che portare tutte quelle scarpe non era stata una scelta così oculata dal momento in cui era chiaro cosa dovesse indossare. Se ne stava lì, rannicchiata a fissare la sua valigia, il seno che premeva contro le ginocchia, a rimproverarsi di aver soltanto sprecato spazio. Poi si decise.

Era completamente nuda, ai piedi le sue Manolo Blahnik nere, i polpacci resi tonici da quel tacco prepotente. Ogni passo pareva segnare un solco nel parquet lucido, la falcata della gamba lunga e precisa come un colpo di frusta ben assestato.

Quel tragitto dalla camera da letto alla cucina le parve essere lunghissimo. E allora sognò di essere in passerella, e si sentì amata sotto gli sguardi degli spettatori che stava immaginando. Fu inebriata da quel sogno che sembrò durare un’eternità e solo la voce di sua madre riuscì a riportarla alla realtà di quella mattina fredda e sospesa nel tempo.

Urlava qualcosa, probabilmente le chiedeva che cosa ci facesse nuda in cucina, o perché avesse passato la notte in quella casa a sua insaputa. Parve non capire Anna, accarezzò i lunghi capelli biondi, li raccolse come a formare una coda sulla spalla sinistra e tirò un lungo sospiro. Fu come un lampo, un’idea nata prematura, un pensiero fin troppo voglioso di tramutarsi in fatto compiuto. Fu come una pennellata impressionista: veloce, pesante ed istintiva. Passarono sicuramente alcuni secondi, probabilmente un minuto, ma ad Anna sembrò non esister quel lasso di tempo impiegato per brandire il coltello ed affondarlo nel collo di sua madre. Le sue mani sentirono quel corpo esile vibrare sotto i colpi ben piazzati e diventare pesante man mano che la linfa vitale abbandonava ogni singola cellula. Sentì il sangue sgorgare. Prima caldo e denso come la cioccolata calda, poi appiccicoso e lurido.

Era ovunque quel liquido scuro. Sulle mani mentre continuava a tagliare la gola, sui capelli quando maldestramente tentava di spostarli dagli occhi, sulle Manolo Blahnik nere ogni qual volta si muoveva avanti e indietro per assestare meglio il colpo successivo. La trovarono abbracciata al corpo di quella donna, in un abbraccio carico di forza, quella forza d’odio che solo gli assassini comprendono a pieno, perché vero, palpabile, finalmente realizzato.

Si era addormentata, sognando per l’ultima volta l’odioso ricordo di suo padre, i pantaloni abbassati alle ginocchia, a cavalcioni su una piccola Anna che con gli occhi innocenti cercava l’aiuto della madre, spettatrice sorridente di quello scempio in replica. C’era la lucida follia del male in quelle pupille scintillanti.