La tv non si legge: con Masterpiece il piccolo schermo mostra i suoi limiti (e il suo coraggio)

Masterpiece Raitre

Andato in onda ieri con la sua puntata d’esordio, Masterpiece è il talent show letterario di Raitre che promette di scovare il prossimo best seller italiano. Il programma, i cui protagonisti sono aspiranti scrittori con un romanzo nel cassetto, mette in palio un contratto con la casa editrice Bompiani per la pubblicazione del libro in centomila copie.
A guardare montaggio, fotografia e regia, l’ultima scommessa della terza rete Rai è tecnicamente quasi perfetta, ma trascura il motivo principale per cui ci si sintonizza su un talent-show che promette di parlare di libri, di scrittura. Certo è ardua l’impresa di costruire un programma su romanzi inediti, dunque sconosciuti al pubblico, e lo sforzo dello show non lavora nella direzione giusta, non rema a favore della comprensione dei telespettatori. Dopo pochi minuti vien da chiedersi dove siano questi romanzi, e perché nella maggior parte dei casi non venga dato nemmeno un accenno delle loro trame. Quello che colpisce è un compendio di storie personali, un enorme quadro vivido in cui si incontrano i ritratti di questi scrittori più o meno maledetti, con le loro esperienze di sopravvivenza metropolitana, talvolta ai limiti della norma. La caratura dei giudici dello show ci garantisce che a essere valutati siano i romanzi, non chi li ha scritti. Eppure è solo sugli scrittori che può essere puntato il faro dell’attenzione televisiva.
D’altra parte il piccolo schermo se ne infischia delle parole, non può far altro che fagocitare le immagini e digerirle in un processo veloce che Raitre mette in atto con una punta di snobismo, mai fastidioso e perfino godibile. La carta e l’inchiostro sono quasi escluse dalla natura stessa del mezzo, restano sul tavolo, passano fra le mani di Andrea De Carlo, Taye Selasi e Giancarlo De Cataldo come fossero un’esclusiva preziosa. Ci si aspetterebbe un piccolo estratto, una sintesi di quei libri; il voice over ben impostato, quasi drammatico, aiuta ma non arriva laddove potrebbe un testo, ad esempio, scritto in grafica. Forse sarebbe stato più ovvio affidare a Massimo Coppola il compito di farci conoscere i concorrenti, consegnando al trio di giurati l’onere e l’onore di concentrarsi esclusivamente sulle loro opere. Eppure nella seconda parte, quando i concorrenti si sfidano a colpi di racconti brevi e il processo intimo della scrittura viene palesato, Masterpiece ci prova a raccontarcele le parole, ma diventa quasi scolastico, forzato. Se il déjà vu di X Factor è essenziale per la declinazione del genere talent, quello di Amici, con i banchi e i professori severi, fa quasi spavento. Una concorrente chiosa così la sua disfatta di fronte ad una stroncatura impietosa della giuria: “per me scrivere è come fare la pipì, devo farlo da sola”. Ma in televisione non c’è spazio per l’urgenza, tanto meno per i compiti svolti a casa. La telecamera deve vedere.
Masterpiece dimostra che un genere come quello del talent può essere declinato anche in una chiave capace di aprire le porte degli spettatori più sostenuti e scettici, ma fa fatica a tener conto dei limiti stessi del mezzo.  In ogni caso lode al rischio: nei palinsesti ci sono ancora spazi vacanti che devono essere colmati con il coraggio. E quello c’era.

Speciale Zerocalcare / Dagli occhi al cuore passando per “Un polpo alla gola”

Un polpo alla gola - Zerocalcare

Zerocalcare torna in libreria nell’ottobre nel 2012 con un’opera di ampio respiro, abbandonando la forma delle strisce dalla comicità spiccata e dal ritmo serrato per dare vita ad una più corposa storia in tre atti. Michele Rech dimostra con la sua seconda avventura editoriale di essere un fine narratore anche quando è alle prese con un intreccio complesso come di fatti è quello di “Un polpo alla gola”.
Tre amici, una scuola e un mistero che dovrà attendere 15 anni per essere svelato; un vero e proprio giallo in cui non manca la sagace ironia con cui il fumettista ha conquistato i suoi lettori. Enorme importanza ha il tema del ricordo, la nostalgia di chi è cresciuto senza lasciarsi mai il passato alle spalle, l’elemento malinconico che rende unico questo impeccabile noir. “Nessuno guarisce dalla propria infanzia” dice nel fumetto la professoressa Arbizzati, ed è in questa stagione della vita che Zerocalcare indaga, per riportarne in vita feticci, interrogativi e piccoli grandi traumi. Così le coscienze che affiancano i suoi personaggi mutuano le fattezze da nostalgici idoli del passato, favorendo divertenti incursioni nelle sue tavole di personaggi manga, cartoons disneyani e un sano citazionismo pop.
“Un Polpo alla gola” testimonia il lavoro di un fumettista mai statico, i cui disegni sono in costante evoluzione: i tratti con il tempo si asciugano, diventano più definiti e marcatamente riconoscibili. Dopo l’enorme successo de “La profezia dell’armadillo” Zerocalcare non delude, anzi replica e si conferma solido baluardo di originalità nel panorama fumettistico italiano.

Speciale Zerocalcare / “La profezia dell’armadillo”, debutto vincente per la coscienza di Zero

La Profezia dell'Armadillo - Zerocalcare

La morte di un’amica di infanzia del giovane Zero fa da fil rouge a una serie di storie che divertono, fanno riflettere e formano uno spaccato nostalgico della generazione formatasi negli anni novanta, quando in tv c’era l’alieno Alf e in sala giochi Street Fighter. Tutto questo è “La profezia dell’armadillo”, primo libro a fumetti di Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, il fumettista divenuto in pochi anni, con il suo blog, un fenomeno della rete e – come racconta il successo di vendite – dell’editoria.
Prodotto nel 2011 da Makkox per Graficart, il volume – uscito nel 2012 in una versione a “colore 8 bit” edita da Bao Publishing – è alla sua quinta ristampa, dimostrando che il fumetto in Italia non è solo Bonelli, e che il mercato dell’editoria può ancora sopravvivere, nonostante la crisi. In un dialogo costante con la propria coscienza – al limite del sociopatico e per questo disegnata con le fattezze di un armadillo – Zerocalcare dosa linguaggio gergale, intuizioni comiche e reminiscenze di un passato che sono anche la voce di un’epoca. I disegni, asciutti e poco tratteggiati, si coniugano perfettamente con il testo autobiografico, genuino ed evocativo di tutte le nevrosi, ansie e frustrazioni di chi vive il nostro tempo.
Un romanzo di formazione a fumetti, in cui il “culturalismo antagonista” dell’autore, cresciuto nei centri sociali romani dove ha anche cominciato la propria attività di grafico e fumettista, si innesta nel registro comico contaminandolo al punto di dar vita a un genere del tutto nuovo; senza la pretesa di una morale universale, la filosofia di Zerocalcare non si limita all’arduo compito di essere uno specchio per i propri lettori ma li rassicura, li diverte e lascia loro una traccia indelebile.

Scrittura creativa per tutti in 20 righe con “20 Lines”

20 Lines

Sbarcata appena lo scorso 4 maggio fa sull’app store di Apple, l’applicazione di “20 Lines” è subito stata inserita fra le novità più interessanti del settore “Libri”. Ma l’app per iPhone non è che la punta dell’iceberg dell’universo “20 Lines”, il social network interamente dedicato alla scrittura creativa.
Il meccanismo è dei più semplici, e proprio per la sua facilità d’uso si presta ad essere usato da chiunque voglia provare ad abbracciare il mondo della narrativa a 360 gradi. Una volta effettuato l’accesso a “20 lines”, infatti, gli utenti possono scegliere se cominciare una nuova storia, indicandone il genere, oppure continuare la scrittura di storie già cominciate da altri utenti. Unica regola: ogni intervento può limitarsi alle sole venti righe. L’impostazione grafica del sito è estremamente intuitiva, e l’interfaccia utente delle più elementari. Chiunque può cimentarsi, in questo modo, con il mondo della scrittura. O limitarsi a leggere i racconti scritti da altri affezionati al social.
Le modifiche apportate di recente a “20 lines” permettono inoltre di sfruttare a pieno le potenzialità di internet, applicandole all’universo della scrittura. Sono quattro infatti le funzionalità che permettono agli autori di arricchire le loro storie: fotografie, video, mappe e weblink, oltre ad una copertina che ha la funzione di introdurre il racconto, cercando di catturare l’attenzione dei potenziali nuovi scrittori che potrebbero proseguirlo o dei lettori che arrivano sul sito semplicemente per il piacere della lettura.
Nel vortice della crisi che ha colpito l’editoria, “20 lines” si pone come riparo sicuro per gli emergenti, punto di incontro e convergenza di potenziali scrittori, e valida alternativa per avidi lettori. L’iscrizione è assolutamente gratuita e assicura a chiunque l’esperienza di un brainstorming collettivo a cui segue, in modo estremamente lineare e facile, la realizzazione di un progetto creativo.

Clicca qui per accedere a “20 Lines”

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JK Rowling Il Seggio Vacante

J.K.ROWLING E “IL SEGGIO VACANTE”. L’ADDIO AD HARRY POTTER È UNA MOSSA VINCENTE

JK Rowling Il Seggio Vacante

Amato e odiato dai critici di tutto il mondo, “Il Seggio Vacante” ha diviso anche gli affezionati del piccolo Harry Potter, forse perché di magia, castelli e duelli a colpi di incantesimi in questo libro non vi è traccia. Ma i lettori del maghetto più famoso del mondo sono ormai cresciuti e a loro si è adattata la penna di J.K. Rowling, che non smentisce se stessa, regalando ancora una volta una narrazione complessa ma fluente, funzionale ad una storia intricata e sorretta in modo brillante da uno stile ormai noto a milioni di suoi fan in tutto il mondo.
“The Casual Vacancy”, questo il titolo originale del romanzo, è ben distante dalle ambientazioni fantasy di Hogwarts: il fulcro del suo intreccio è la politica, con i suoi scandali e intrighi che si muovono in una dimensione a metà fra la sfera privata e quella pubblica. Nel consiglio municipale di Pagford un posto è appena rimasto vacante a causa della morte improvvisa del consigliere Barry Fairbrother, la cui scomparsa diviene presto motivo di conflitti e rivalità più o meno evidenti fra coloro i quali aspirano a prendere il suo posto. Quella narrata non è una guerra fra buoni e cattivi, perché presto ci si accorge che i personaggi non sono mai così semplici come sembrano; è piuttosto una lotta in cui convergono i temi della moralità, dell’etica e delle motivazioni reali che muovono cittadini comuni verso l’impegno civile della politica. C’è la droga, le differenze sociali, l’amore e la meschinità di chi è pronto a tutto pur di conquistare un posto di potere.
J.K Rowling snocciola uno ad uno i suoi personaggi, introducendoli come a formare un mosaico complesso a cui non sembra mancare nessuna tessera, e li inserisce in trame che riesce ad intrecciare abilmente fino alla chiusura del cerchio, un finale sorprendente e “magicamente” lineare. L’autrice, fin dall’esordio con la saga di “Harry Potter”, aveva abituato i lettori alla sua straordinaria capacità di costruire storie complesse in cui ogni singolo elemento è sempre funzionale alla narrazione, tutto ha un senso e niente è superfluo. In questo primo romanzo “per adulti”, già vincitore del prestigioso Goodreads Choice Award, la Rowling non delude le attese. E si fa leggere avidamente, fino all’ultima riga.

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Enrico Ruggeri - Non si può morire la notte di Natale

“NON SI PUO’ MORIRE LA NOTTE DI NATALE”, ENRICO RUGGERI E IL SUO GIALLO (TROPPO) SEMPLICE

Enrico Ruggeri - Non si può morire la notte di Natale

Nell’approcciarsi ad un libro scritto da un cantautore bravo come Enrico Ruggeri è da tenere in considerazione un dato di fatto: una canzone non è un romanzo, e quello della comunicazione è un talento che ha tante forme, alle quali non sempre è applicabile la stessa intensità. Sebbene non sia nuovo al mondo dell’editoria, Ruggeri stupisce in negativo con un libro che promette di essere un intricato giallo e si risolve in un racconto scorrevole e senza sorprese. L’espediente narrativo di partenza ha il sapore dell’originalità: il protagonista è Giorgio Sala, un attore all’apice del successo professionale che tenta il suicidio durante la notte della vigilia di Natale. Almeno così sembrerebbe, visto che Sala non si è sparato, e dall’immobilità alla quale è costretto, infermo e impossibilitato a parlare, comincia ad indagare mentalmente per scoprire chi lo voleva morto, e per quale motivo. Ma una trovata interessante non basta. Un investigatore che non può analizzare le sue prove, né cercare indizi, mette lo scrittore a dura prova. Laddove ci si aspetterebbe un romanzo che mette l’accento sulla psicologia dei suoi personaggi, sul loro passato, su tutto ciò che è indagabile dalla mente umana senza strumenti materiali, ci si trova di fronte ad un mistero che si svela nella più totale semplicità, senza approfondimenti di sorta o espedienti che tengano viva la tensione narrativa. Lo stile è moderno e realista, mai impegnativo e fin troppo semplicistico. E nel finale il libro non recupera nessun appeal sul lettore, lasciando con l’amaro in bocca. Se il punto di partenza di questo romanzo è uno spunto decisamente interessante, il suo svolgimento decostruisce ogni intento di originalità per sprofondare in un’inaspettata banalità.

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L'acustica perfetta Daria Bignardi

“L’ACUSTICA PERFETTA”, IL ROMANZO DI FORMAZIONE AL MASCHILE DI DARIA BIGNARDI

L'acustica perfetta Daria Bignardi

Arno è un uomo felice, ma inconsapevole dei motivi della propria felicità. Sa di aver amato Sara in modo viscerale ed istintivo dal momento in cui l’ha vista per la prima volta, è soddisfatto della sua famiglia, del lavoro di violoncellista alla Scala. La sua vita sembra perfetta, ma non si è ancora chiesto su quali basi essa appoggi, quali siano le fondamenta del matrimonio intorno al quale ha costruito la sua esistenza. Fino al momento in cui Sara sparisce, lasciando soli marito e figli e abbandonando una vita di certezze per andare alla ricerca di qualcosa che sfugge alla sua famiglia e ai lettori.
“L’acustica perfetta” di Daria Bignardi sbatte in faccia la realtà al lettore: c’è un’intera generazione – quella che va dai trenta ai quarant’anni – che sogna di andare in analisi; una generazione capace di trasformare la vita in un enorme lettino su cui sdraiarsi e interrogarsi sulle cause dell’infelicità, sulle radici della depressione, sugli errori strutturali che determinano le crepe dell’anima. Formata da potenziali esseri superiori se solo riuscissero a tenere lo stesso atteggiamento nei momenti di felicità, ad interrogarsi su cosa li rende felici, a ritagliarsi un interstizio di riflessione dal quale guardare se stessi con soddisfazione.
Così, quella di Sara è una fuga a tinte gialle, senza respiro. Inaspettata perché nata dall’inconsapevolezza di chi la circonda, di chi pensava che andasse semplicemente tutto bene. Quella di Arno è una vera e propria ricerca, fatta di rompicapi da svelare e tasselli di una vita da ricomporre.
Daria Bignardi si cala magistralmente nei panni di un personaggio maschile che piace alle donne, che vorrebbero coccolarlo e redarguirlo, e strizza l’occhio agli uomini, che in Arno ritrovano nevrosi e linguaggio, sorprendentemente resi dalla penna di una scrittrice di fronte ad una sfida vinta pienamente. La storia di Arno e Sara è un cerchio perfetto, che si chiude in un finale intenso e carico di emotività, nel quale il lettore può perdersi per poi ritrovarsi. E riflettere, sull’imprevedibilità che può nascere dai momenti felici.

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