Intervista a Roxy in the Box: “La mia Sposa Madre contro ogni ipocrisia cristiana”

La Sposa Madre - Roxy in the Box

“La Sposa Madre” è l’installazione video-luminosa di Roxy in the Box, protagonista di un evento storico; dal 4 giugno è esposta all’interno della Cappella Sansevero a Napoli, accanto al Cristo velato. Non era mai accaduto prima che al capolavoro di Giuseppe Sanmartino fosse accostata un’opera d’arte contemporanea. In questa intervista Roxy racconta come è nato il progetto e in che modo è stato recepito dai visitatori che hanno assistito a questo incontro senza precedenti fra presente e passato.

Come è nato il progetto de “La Sposa Madre”?

È nato tutto nell’ambito della rassegna “MeravigliArti”, che il Museo Cappella Sansevero ha ideato e programmato per la primavera del 2013. La conclusione doveva essere affidata ad un’opera d’arte contemporanea e la Galleria Studio Trisorio ha proposto me e il mio progetto, che è piaciuto ed ha visto così la luce. Per me è stata una sorpresa, Cappella Sansevero è un luogo così sacro, così bello, che non avrei mai immaginato di poter esporre un lavoro proprio lì. È stato spiazzante.

L’incontro fra “La Sposa Madre” e il Cristo velato rappresenta un momento senza precedenti storici. Hai avvertito questa responsabilità?

Si, la paura c’è stata ma non mi sono voluta far paralizzare dalla storia. Avrei potuto scegliere di mettermi a confronto con il principe di Sansevero, visto che la sua storia continua ad essere nel popolare napoletano, con tutte le sue leggende. A suo modo è molto pop, e per me sarebbe stato molto più facile confrontarmi con lui anziché con la statua del Cristo velato. Ho voluto percorrere la strada più difficile.

E lo hai fatto con il tema delle morti sul lavoro. Aspettavi l’occasione giusta per parlarne o l’idea è nata proprio pensando a questo specifico luogo?

Mi tocca tantissimo questo tema, mi strazia. Era già dentro di me, mi colpisce come ogni fatto di cronaca che riguardi la violenza. In questo luogo il tema delle morti sul lavoro ha una sua valenza. La mia è un’opera contro ogni ipocrisia cristiana di questo paese. Si piange e ci si appassiona per la morte sulla croce ma nessuno scende in piazza per lottare contro quella che è una vera e propria piaga sociale, nonostante i dati allarmanti. Il lavoro dovrebbe darti dignità, proteggerti. Invece non è così.

In altre opere del passato ti sei confrontata con icone religiose come accade oggi con il Cristo velato. In che modo ti approcci alla religione?

Si, mi è capitato, avevo già toccato l’argomento. Confrontarmi con la religione non mi spaventa, cerco di trasmettere il mio messaggio, di parlare di quanto ci si affezioni, anche soffrendo, all’iconografia, senza però reagire in maniera concreta. Avrebbe molto più valore se soffrissimo per i nostri fratelli che muoiono in un cantiere. Forse il problema è che dimentichiamo troppo in fretta, non riusciamo a soffrire nemmeno per una tragedia così grande. Oggi siamo tutti troppo adolescenti, elaboriamo il lutto molto velocemente.

Come collochi “La Sposa Madre” all’interno della tua produzione artistica? Credi che si distacchi dalla tua poetica?

Non credo si distacchi. C’è molto di me in questo lavoro, lo sento profondamente mio. Certo l’opera si fa influenzare anche dal luogo, e io cerco molto di comunicare con gli spazi in cui poi le mie opere saranno esposte. È fondamentale, ed è anche il motivo per cui cerco sempre di relazionarmi al progetto, al luogo, ai committenti. Parlando della parte estetica dell’opera credo che sia anch’essa molto popolare: l’abito da sposa, quel volto, quel pianto. Tutto riguarda le persone comuni. E io non mi sento per niente distante da “La Sposa Madre”.

Quando penso a Roxy in the Box mi vengono in mente i colori, le icone immediatamente riconoscibili a cui fai ricorso. Le ultime due tue opere fanno uso di manichini. Dall’iconografia alla spersonalizzazione dell’individuo?

Mi sarebbe piaciuto per “La Sposa Madre” realizzare una statua, ma mi sono scontrata con la realtà. Ci sarebbe voluto più denaro e più tempo. E io non voglio farmi bloccare dalla crisi. Inoltre l’arte contemporanea deve documentare il nostro tempo, anche attraverso l’uso dei mezzi, e il manichino è certamente una traccia del nostro tempo.

Come è nata la collaborazione con Massimo Andrei?

Ho già collaborato in passato con Massimo e sapevo che aveva scritto una serie di testi su diverse “Mater”. Ricordavo che aveva una “Mater Dolorosa” bellissima. Il mio progetto gli è piaciuto, così insieme abbiamo riletto il testo e lo abbiamo adattato a “La Sposa Madre”.

Quali sono state le reazioni dei visitatori alla tua opera?

Ho saputo che molte persone hanno pianto, si sono commosse, e credo che sia proprio perché trattando un tema sociale, una tragedia dei nostri tempi, si può andare a toccare delle esperienze di vita vissuta. Penso alla sentenza nel processo per le morti d’amianto al tribunale di Torino e a tutte le donne in fila, che sono tutte spose madri, ormai anziane. Ho avuto anche critiche molto feroci, di persone soprattutto contrarie all’operazione del museo, non tanto contro la mia opera. Posso capirle, non le accuso. Ma non comprendo chi con violenza dice di voler difendere la storia, la bellezza del passato, invece di proteggere il proprio presente. Trovo questa cosa molto ipocrita.

L’abito da sposa era già apparso nel tuo quadro “Mai dire Maia”. C’è qualcosa che ti collega al tema del matrimonio o alla figura della sposa?

No, le due cose non sono collegate. Per me le spose madri erano Maddalena e Maria, figure che ancora oggi leggo in quelle donne che si battono nelle aule di tribunale quando vogliono avere giustizia rispetto alla morte di un figlio. Ho vestito questa donna da sposa perché pensavo ad una moglie ma anche ad una madre che partorirà un figlio, e lo farà in un futuro così debole…

Recensito.net

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