ANNA, UNA STORIA CON LE SCARPE

Si guardò allo specchio Anna quella mattina. Mentre passava la mano destra su un fianco e quella sinistra sul seno, si trovò bellissima. Qualcuno avrebbe definito il suo corpo “morbido”, qualcun altro “burroso”, lei si vedeva semplicemente come la più bella fra le donne. Portava le spalle in avanti di tanto in tanto, come a proteggere il volto, per poi assumere un’aria imbronciata prima di sorridere. Posava per una macchina fotografica che non c’era, ma che le piaceva immaginare. Osservò con orgoglio il suo corpo profilato dalle prime luci dell’alba e quel pensiero improvviso le salì nuovamente dalle viscere alla mente. Si disse che mai e poi mai avrebbe dato a sua madre la soddisfazione di vederla morta, perché la odiava di un odio puro e semplice, come l’acqua che scorre quieta nel fiume, e quello sguardo impietoso non avrebbe avuto la gioia di posarsi sul suo corpo senza vita.

Aveva scoperto pochi giorni prima che il cancro stava già cominciando a morderle le ossa, ma i suoi occhi non piansero lacrime, c’era la lucida follia della gioventù in quelle pupille scintillanti. Rideva con fare beffardo mentre affondava le dita nei fianchi, posando come la più consumata fra le modelle. Tutta nuda e protesa alla vita si sentiva potente, meravigliosamente inconsapevole del dolore che avrebbe provato quando si sarebbe trovata a dare l’addio alla vita.

Staccare gli occhi da quella pelle appena abbronzata le sembrava un pensiero troppo azzardato. Se avesse spostato lo sguardo al di là della sua pancia, delle sue braccia, delle sue dita smaltate di rosso, avrebbe visto quella stanza che non le apparteneva più. Avrebbe dovuto fare i conti con quel letto che nella sua infanzia era stato un palcoscenico, sul quale la piccola Anna stava in piedi con fare malizioso, fingendo di essere l’ultima grande diva del grande schermo. O si sarebbe trovata di fronte a quella carrellata di bambole, che lei non aveva mai desiderato, e avrebbe ricordato tutti i finti concorsi di bellezza organizzati, in cui però ogni bambola finiva inesorabilmente eliminata da un’impietosa giuria inesistente, e nei quali il verdetto finale era sempre lo stesso. Lei non perdeva mai, non se lo poteva permettere, e a quindici anni, quando decise che di quella stanza ne aveva abbastanza, promise a se stessa che non avrebbe più perso, al gioco come nella vita.

Erano appena le sei, guardò fuori dalla finestra. Il cielo era terso e carico di tensione. C’erano giorni in cui per Anna era chiaro che sarebbe accaduto qualcosa di importante, uno di quei giorni in cui tutto, anche l’aria che respiri, ti suggerisce che sei ad una svolta.

Ci mise pochi minuti per scegliere quali scarpe indossare. Erano la sua più grande passione, ne aveva di tutti i tipi. Era abbastanza alta da poter indossare scarpe basse, ma non così tanto da dover evitare i tacchi più vertiginosi. Capì subito che per fare quello che aveva in mente doveva indossare delle scarpe decise e sfrontate, che le conferissero autorità. Cominciò a tirar fuori quella parte di collezione che aveva messo in valigia e si rese conto che portare tutte quelle scarpe non era stata una scelta così oculata dal momento in cui era chiaro cosa dovesse indossare. Se ne stava lì, rannicchiata a fissare la sua valigia, il seno che premeva contro le ginocchia, a rimproverarsi di aver soltanto sprecato spazio. Poi si decise.

Era completamente nuda, ai piedi le sue Manolo Blahnik nere, i polpacci resi tonici da quel tacco prepotente. Ogni passo pareva segnare un solco nel parquet lucido, la falcata della gamba lunga e precisa come un colpo di frusta ben assestato.

Quel tragitto dalla camera da letto alla cucina le parve essere lunghissimo. E allora sognò di essere in passerella, e si sentì amata sotto gli sguardi degli spettatori che stava immaginando. Fu inebriata da quel sogno che sembrò durare un’eternità e solo la voce di sua madre riuscì a riportarla alla realtà di quella mattina fredda e sospesa nel tempo.

Urlava qualcosa, probabilmente le chiedeva che cosa ci facesse nuda in cucina, o perché avesse passato la notte in quella casa a sua insaputa. Parve non capire Anna, accarezzò i lunghi capelli biondi, li raccolse come a formare una coda sulla spalla sinistra e tirò un lungo sospiro. Fu come un lampo, un’idea nata prematura, un pensiero fin troppo voglioso di tramutarsi in fatto compiuto. Fu come una pennellata impressionista: veloce, pesante ed istintiva. Passarono sicuramente alcuni secondi, probabilmente un minuto, ma ad Anna sembrò non esister quel lasso di tempo impiegato per brandire il coltello ed affondarlo nel collo di sua madre. Le sue mani sentirono quel corpo esile vibrare sotto i colpi ben piazzati e diventare pesante man mano che la linfa vitale abbandonava ogni singola cellula. Sentì il sangue sgorgare. Prima caldo e denso come la cioccolata calda, poi appiccicoso e lurido.

Era ovunque quel liquido scuro. Sulle mani mentre continuava a tagliare la gola, sui capelli quando maldestramente tentava di spostarli dagli occhi, sulle Manolo Blahnik nere ogni qual volta si muoveva avanti e indietro per assestare meglio il colpo successivo. La trovarono abbracciata al corpo di quella donna, in un abbraccio carico di forza, quella forza d’odio che solo gli assassini comprendono a pieno, perché vero, palpabile, finalmente realizzato.

Si era addormentata, sognando per l’ultima volta l’odioso ricordo di suo padre, i pantaloni abbassati alle ginocchia, a cavalcioni su una piccola Anna che con gli occhi innocenti cercava l’aiuto della madre, spettatrice sorridente di quello scempio in replica. C’era la lucida follia del male in quelle pupille scintillanti.

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